Irena Sendler

Tutta la vita in un barattolo

Wonder Woman ci è descritta come una principessa amazzone, la guerriera figlia di Zeus e Ippolita. Secondo fonti autorevoli avrebbe 5000 anni, ma la sua tenacia non si è persa nei secoli, così come il suo desiderio di combattere Ares – che poi dovrebbe essere suo fratello  – responsabile delle guerre e di tutti i mali del mondo.

Le vicende di Wonder Woman nel mondo dei fumetti DC iniziano nel 1941, e questo non è un anno qualunque.

Il secondo conflitto mondiale è ancora tutto da decidere. I buoni possono soccombere, non è detto che riescano ad avere la meglio sui cattivi che indossano abiti grigi e verdi con tanto di teschi. Nel terzo anno di una guerra senza precedenti nella storia, l’umanità combatte in tutti i modi possibili contro un male che sembra invincibile. Ma poi, nel profondo silenzio, spunta qualcuno che ricorrendo alla propria umanità e ad un pizzico di creatività,  compie imprese impensabili quando tutto sembra andare in rovina, quando semplicemente in tanti si sono già rassegnati e dicono che non c’è più speranza.

Quando diamo retta ai fumetti – ricetta salutare per fantasia e ottimismo  – attribuiamo ogni merito agli eroi che con i loro superpoteri e le loro gesta , rinverdiscono continuamente pagine e fantasie destinate altrimenti ad ingiallire.

Ma se diamo retta al Talmud, testo sacro per gli ebrei, dobbiamo appellarci a quella leggenda – o forse convinzione – dei 36 giusti che vivendo sulla terra in ogni epoca salvano ogni generazione dalla catastrofe. I 36 giusti sono esseri nascosti e secondo la leggenda ebraica non comprendono lo scopo della loro esistenza perché altrimenti, morirebbero.

Varsavia, 1941. Irena è una giovane donna di 31 anni che, nell’ennesimo giorno qualunque, svolge il suo lavoro di assistente sociale aiutando i tanti che ne hanno bisogno. In tutte le città del suo paese, esiste una lunghissima schiera di persone confinate in ghetti claustrofobici perché ritenute indegne di vivere altrove. O più semplicemente, perché ritenute indegne di vivere. Senza voler dare nell’occhio Irena cammina tutta affaccendata per le strade della sua città, da due anni ostaggio di predatori arrabbiati e senza scrupoli.

La Polonia è ridotta a terreno di conquista: è considerata dai nemici in divisa grigio verde una pedina sulla carta geografica da spazzare via per guadagnarsi lo spazio vitale ad Est. E’ l’ostacolo perché la marcia trionfale ad Oriente si compia, perché l’immensa e appetitosa Russia nonché acerrima nemica venga conquistata e sottomessa.

La Polonia è una cavia: un luogo dove sperimentare sogni perversi, dove fornire l’ anteprima dello spettacolo più indegno per l’umanità intera.

Irena però resta al servizio degli altri. Al di là della storia, della politica o della retorica, lo è davvero. In lei, è troppo vivo il ricordo del padre Stanisław Krzyżanowski, un medico che morirà giovane per occuparsi di pazienti affetti da tubercolosi e che nessuno vuole curare. Molti di loro sono ebrei e, per riconoscenza, adottano Irena. Sin dall’età di cinque anni, Irena stringe amicizia con i bambini di fede ebraica. Lei, cattolica praticante e studentessa brillante, impara l’yiddish, la lingua che parlano gli ebrei dell’Europa centrale e orientale.

Nel 1941 Irena è adulta, il suo cognome da sposata è Sendler. Ma non ha dimenticato il suo passato, tanto che fa di tutto per raggiungere l’amica Ewa, costretta da un anno a risiedere nel ghetto come tutti i suoi correligionari.

Grazie al suo lavoro Irena ha libero accesso laddove a molti non è consentito, perché deve occuparsi di disinfettare i suoi abitanti, quattrocentomila persone rinchiuse in pochi km quadrati in pochi giorni dall’ottobre del 1940.

La sua amica Eva ha fame, come tutti gli ebrei in Polonia isolati in quei luoghi esclusivi di residenza tagliati fuori dal mondo. Irena non può limitarsi ad aiutare una persona a lei cara, né a svolgere normali mansioni. Sin da subito, si attiva per trasportare ogni bene di prima necessità sfruttando i contatti con la Resistenza e gli straordinari permessi a sua disposizione, sfuggendo ai controlli dei nazisti usando cautela o sfruttando la propria astuzia.

Getta le basi per quello che sarà il lavoro della Żegota,  l’unica società segreta in Europa istituita da non ebrei la cui missione principale è quella di salvare persone di religione ebraica. Irena diventa un punto di riferimento per il Consiglio ebraico e per un’intera Comunità: non contenta di portare cibo e speranza, pianifica insieme ad altri membri della Resistenza la fuga dei bambini dal ghetto.

Irena, nome in codice Jolanta, lotta per il futuro, ma combatte anche per gli altri e per il presente, convinta – come dirà anni dopo – che la sua presenza sulla terra è dovuta essenzialmente a quell’unico scopo.

Con le colleghe e amiche di avventura, tenta in tutti i modi di riportare una parvenza di normalità in quel piccolo mondo dove i nazisti tentano di estinguere non solo un’intera comunità, ma anche ogni traccia di logica e di morale.

La giovane assistente sociale lavora come infermiera, educatrice, intrattenitrice. Organizza lezioni per adulti e bambini, pianifica attività ricreative, dona speranza mentre dal basso i membri  della resistenza fremono nel gettare le basi per la rivolta degli anni a venire. Irena, cristiana e “ariana”, indossa la stella di David che i nazisti hanno imposto agli ebrei per dimostrare che non si sente superiore, come secondo improbabile propaganda converrebbe alle creature bionde e dagli occhi azzurri. La sua umiltà e la sua astuzia si rivelano carte vincenti: non dando nell’ occhio può adoperarsi per portare a compimento un progetto, frutto di tante promesse fatte a tante famiglie.

Si promette, e promette alle madri, ai padri, ai nonni chiusi nel ghetto, che in tutti i modi salverà i bambini portandoli dall’altra parte. Ossia, oltre quel muro che sembra in grado di riportare la civiltà indietro di secoli. Una barriera che cresce giorno dopo giorno, capace di proiettare sul mondo un’ombra che non si era mai vista prima.

Irena non li illude: ogni missione ha una sua storia. Ogni volta si trova dinanzi ad un prologo certo, e ad un epilogo incertissimo. Non c’è possibilità di pareggio: o si vince, o si perde.

Per avere la meglio si deve giocare necessariamente contro le regole dell’avversario, ricorrendo a diversi stratagemmi. Uno dei più efficienti prevede l’uso di un’ambulanza, con tanto di autista. E’ grazie all’intuizione di uno di loro, che Irena Sandler riesce a salvare la vita di quei bambini che, piangendo, rischiano di compromettere ogni volta l’intera operazione.

Per impedire che avvenga, Irena e Antoine, autista di fiducia e complice, fanno salire sull’ambulanza un cane e, passando davanti alle guardie, gli calpestano la coda in modo che il latrato copra il rumore del pianto dei bambini durante il trasporto.

Intanto, nell’estate del 1942 i nazisti hanno avviato la liquidazione del ghetto. Nell’autunno di quell’anno i tedeschi stabiliscono che chiunque aiuti gli ebrei sarà inevitabilmente condannato a morte. Irena sa che può fallire ed è cosciente che c’è sempre meno tempo. I bambini vengono aiutati a fuggire, trasportati in sacchi per patate o casse piene di verdura, portati via attraverso tunnel sotterranei e le fogne. Il lavoro è incessante: lei continua ad essere paladina della Zegota, salva migliaia di bambini e, non contenta, si preoccupa già del loro futuro.

Ogni volta, annota i nomi dei piccoli e dei loro genitori, poi affida quei nomi e le loro identità a barattoli di marmellata vuoti e nascosti in giardino. Prevedendo il caos del dopoguerra, lotta affinché le famiglie separate dagli eventi e dalla crudeltà di tanti esseri umani, un giorno possano ricongiungersi.

Eppure, il 20 ottobre 1943 le acque aperte per consentire il piccolo esodo rischiano di richiudersi. La Gestapo piomba in casa sua, e lei, con la polizia nemica alle porte, affida nelle mani dell’amica Janina tutti i documenti compromettenti che possano rivelare l’identità dei bambini salvati e quella dei loro salvatori.

Come Oskar Schindler, anche qui, c’è una lista ed è preziosa: ma Irena non ha soldi per corrompere i vertici delle SS. La polizia tedesca entra nella sua camera, mette tutto a soqquadro, perquisisce persino i cuscini.

Le ultime piume volano ancora in aria quando lei è già nei pressi della prigione di Pawiak. Viene torturata, le gambe spezzate, ma lo spirito resiste: nel mese di gennaio del 1944 un ufficiale entra nella sua cella e la conduce fuori. La picchia ancora, ma poi, a sorpresa, la lascia libera in mezzo alla strada ancora sanguinante.

Nelle settimane che seguono Irena si nasconde a casa di uno zio, ma ancora indomita e per nulla intimorita, riprende i contatti con la Zegota cambiando nome.

Ora è Klara Dabrowska e Varsavia non è più la stessa. Il ghetto non esiste più: le poche migliaia di ebrei rimasti hanno “osato” ribellarsi e i tedeschi non glielo hanno perdonato. Subito dopo, la Varsavia polacca segue l’esempio e la città verrà praticamente rasa al suolo.

Alla fine della guerra, quando si sposerà con Adam Celnikier – ebreo conosciuto nel ghetto – Irena non potrà darsi per vinta perché le battaglie non sono finite. Diventa madre di tre figli, sopravvivrà alla morte di due di loro come è sopravvissuta al conflitto,  e la spunterà anche sul partito comunista che controlla lei e tutto quello che accade nel suo paese.

Vent’anni fa, alcuni studenti di un college americano scoprono per caso la storia semisconosciuta di questa donna rimasta in Polonia, nominata giusta tra le nazioni nel 1965 e che ormai ha più di 80 anni. Internet non dà molte informazioni, la curiosità li “affama” e li spinge ad incontrarla: quell’incontro ispira uno spettacolo chiamato Life in a Jar.

La vita in un barattolo diventa dunque sinonimo di una storia incredibile, il mondo si accorge di lei, specie quando esce un film sulla sua vita nel 2009. Lei però è andata via un anno prima e non vedrà nemmeno il prossimo film che Hollywood ha in cantiere, proprio quello che Gal Gadot, la star di Wonder Woman, intende produrre.

Dal 2008 Irena Sendler è da un’altra parte, forse ancora convinta di essere stata – a suo dire – una goccia dove semplicemente non c’era acqua.

All’inizio del viale dello Yad Vashem di Gerusalemme c’è un albero dedicato a lei: donna di pace e donna guerriera, data per spacciata e rinata sempre. Combattiva – e chi osa dire il contrario – fino al suo ultimo respiro.

Categorie: Cultura, Real Life, Riscopriamoli...

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