candlelight

Tra cielo e terra, il suono della Squilla

A Natale anche io mi lascio travolgere e – ammettiamolo pure – coinvolgere dalla battuta di caccia che mi vede carnefice della tradizione. Anch’io mi inchino dinanzi alla decorazione perfetta, al mondo fatato ormai prerogativa esclusiva delle pubblicità di marchi famosi. Sono preda delle vetrine luccicanti e tentacolari, ma vittima che non merita pietà perché comunque è alla ricerca dell’occasione perfetta.

C’è un’immagine ricorrente, ogni anno, a Natale: è quella della carta dell’ultimo pacchetto scartato. Qualche volta volteggia poeticamente in aria grazie ai bambini che ti circondano e fanno festa; tuttavia la destinazione è sempre la stessa: un cestino della spazzatura che fagocita anche gli avanzi del pasto più abbondante dell’anno.

Le mani restano vuote, ma siccome ho imparato la lezione questa non è un’immagine che genera disperazione.

Dopotutto le mani tengono strette ciò che non tocca mai il cuore e quindi non c’è nessun motivo per lasciarsi vincere dal melodramma.

A Natale siamo tutti più buoni. Ormai è uno slogan beffardo e poco sincero. Io infatti buono non lo sono, eppure vengo premiato con un regalo che arriva ogni anno, addirittura in anteprima.

Per l’esattezza il 23 dicembre. Non lo consegna il corriere – nonostante la giornata lavorativa – mentre Babbo Natale non arriva in anticipo e non arriverà nemmeno in ritardo. Il panciuto signore nordico ha perso la strada e la mia speranza che arrivi è impolverata come i vecchi balocchi dell’infanzia riposti in soffitta.

Ci sono però ore e luoghi precisi, luci e suoni che non si dimenticano mentre gli altri, nel resto del mondo, corrono e non sanno. Per loro, infatti, il 23 dicembre inizia e finisce presto,  la solita giornata frenetica che regala l’ennesima corsa sugli scivoli prima che la festa cominci.

Invece vivo in una città che per una volta rappresenta l’eccezione.

Ci penso e ci ripenso, ma non mi è mai capitato di trovarmi fuori Lanciano nel giorno che qui tutti conoscono come La Squilla. Sempre stato qui, alle 18: a quell’ora la campana della torre civica si desta e risuona nella piazza principale al termine di una processione di fedeli giunti da una chiesa di campagna.

Alle 18 nella centrale Piazza Plebiscito lo scambio degli auguri avviene prima che in tutto il resto del mondo: non contano latitudini e longitudini, non è questione di fusi orari.

Tutto spiegabile grazie a un rito che si è ripetuto già 407 volte, da quando Paolo Tasso, vescovo nel 1607, inaugurò in quello stesso anno una pratica devozionale, un pellegrinaggio verso la Chiesa dell’Iconicella che richiama il fedele agli atti di clemenza e soprattutto penitenza.

Cosi hanno detto, e cosi continuano a scrivere e sottoscrivere, ma forse penitenza è la parola che appartiene al passato più di tutte le altre.

I cammini oggi sono sinonimo di ricerca, piuttosto che di penitenza.

Il cammino verso questa chiesa di campagna, o Chiesa dell’Iconicella, è un cammino che ho fatto solo una volta nella vita.

Hai il dominio sul tempo, cammini in strade normalmente trafficate e caotiche, le auto restano immobili e le tue riflessioni rimangono silenziose.

Il tempo passa comunque e il 23 dicembre non fa eccezione: arrivano quei minuti che precedono, e non di molto, le 19.

Mi affretto soltanto perché ci tengo ad essere puntuale come non mai, tenendo presente che la tradizione ha i suoi diktat: alle sette di sera, tu lancianese, devi trovarti a casa di un famigliare per ripetere una processione questa volta più corta e profana.

Tutti in fila, per il rito del baciamano; nuove e vecchie generazioni si incontrano e si scambiano doni e anche gli auguri.

E’ una scena che almeno idealmente avviene accanto o di fronte ad un caminetto acceso, dove a rendere la fiamma viva ci pensa un pezzo di legno grande chiamato tecchio. In grado di resistere, sperano tutti, fino all’Epifania.

L’ora diventa sacra, perché a Lanciano, alle sette di sera di ogni 23 dicembre, tutte le campane cittadine sono presenti all’appello e suonano all’unisono.

Questa è la Squilla, un suono indistinto di voci diverse, o piuttosto il direttore d’orchestra invisibile che le dirige.

C’è tempo anche per andare a festeggiare, come ogni anno.

Ma siccome il tempo quest’oggi rallenta,  io alle 19 vado dove sono sempre andato, nel luogo che a Natale sembra non esistere. Un tempo qui c’erano solo i miei nonni, che ormai fanno parte dei miei ricordi da tanti anni.

L’ascolto avviene nel luogo da te prescelto, magari il più sentito: per questo, come ogni anno, scelgo quello dove domina il silenzio. Dove ogni anno, alla stessa ora, ritrovo lo stesso buio, ma anche la stessa luce.

Al suono di quelle campane, negli ultimi anni si è aggiunta l’eco di altre voci: quelle di chi non lontano da me, in anni passati si limitava a dire rigorosamente in dialetto: t’è sunà..

Scattava l’augurio, anzi simultaneamente partiva una fila di famigliari senza capo e coda, in uno spazio angusto e freddo, con le foto dei miei nonni sullo sfondo.

Oggi non è più cosi. I volti di persone amate, allegre, sempre presenti – che  potevo toccare – da qualche tempo sono illuminati dalla luce di una candela che trema al minimo sibilo del vento.

Ma vicino al terreno freddo che esala umidità, resisto. Scelgo di concentrarmi sulle campane che suonano.

Ecco che finalmente il regalo arriva puntuale, anche quest’anno. Nonostante tutto, anche questa volta io non vorrei essere altrove.

E’ una certezza che per me è sinonimo del regalo perfetto: un dono fuggevole, forse ingannevole, magari caduto dal cielo

Intangibile, eppure lo senti. Non puoi far a meno di pensare, o magari sussurrare, se non hai nessuno intorno

Durante il resto dell’anno siete lontani, ma adesso no.

Sembra passato un secolo, in realtà si tratta di un attimo: l’eco delle campane cessa e quindi so che è arrivato il momento dell’ennesimo, irrimediabile saluto.

E allora, cosa resta? Volgo le spalle, mi affretto all’uscita: lo ammetto, recupero l’ansia di voler festeggiare e di voler brindare.

C’è chi è andato via, ma c’è chi è arrivato: fisicamente mi allontano da quelli che ho amato e hanno fatto parte della mia vita. Tra le new entry ci sono soprattutto loro, i bambini, che hanno ancora negli occhi la scena dell’arrivo di Babbo Natale e vivono un’ansia che non sa di nostalgia, ma di pura e intatta magia.

Di loro, lui, il vecchio signore nordico, non si è ancora dimenticato.

In un baleno mi ritrovo circondato dalle persone di sempre, in una casa accogliente e con la tavola imbandita: per fortuna i regali si scartano come ogni anno. Con la solita confusione, con l’allegria che non soffoca però i ricordi e quel suono. Dapprima intimo, un secondo dopo già universale.

Grazie all’eco che parte da una città non tanto grande e si trasforma nell’abbraccio a chi resta, e a chi vive nel resto del mondo.

Categorie: Cultura, Riscopriamoli...

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