il bambino che odiava il cellulare

Dicono – e scrivono – loro

Mio nipote ha sette anni. Per quanto io tenga lui e sua sorella al centro del mio mondo, ogni tanto mi capita di osservarlo ed ascoltarlo come se fossi appena arrivato da un altro pianeta. Sono momenti fugaci, occasioni nelle quali centinaia di pensieri affollano la mia mente, pronte a consolidarsi e cristallizzarsi dando forma ad aspettative e – meglio non nasconderlo – piccole, doverose ansie su un presente in divenire.

Entrambi appartengono ad una generazione che sembra distante anni luce dalla mia. Per questo cado nella tentazione di ripetere che “I bambini di oggi non giocano per strada, non fantasticano più , non sognano più”.

Tutte formule che hanno il sapore di un mantra che non funziona, ma che molto spesso hanno il potere di evocare e concretizzare un’immagine: quella del bambino che non ha paura di toccare il vetro di un cellulare e indietreggia, invece, di fronte a tutto il resto.

A quel punto il mondo si capovolge: i grandi sembrano diventati vittime dei più piccoli, che non vogliono comunicare con loro. E’ uno stato di trance temporaneo che si conclude nel momento stesso in cui i miei nipoti reclamano la mia attenzione ed invocano il mio nome. Vogliono coinvolgermi mentre sono impegnati a sperimentare giochi e passatempi che mettono in moto la loro creatività. Improvvisamente, il mondo si rovescia e torna reale. Riappare l’immagine che si palesa ai miei occhi tutti i giorni: tanti adulti, tanti miei coetanei – nei parchi, nelle case, nei negozi o nei ristoranti –  con gli occhi fissi e immobili sui loro dispositivi mobili.

Isolati da tutti, incuranti della presenza dei figli in età scolare, le cui domande cadono nel vuoto o si schiantano contro uno sguardo assente.

C’è un bambino americano di sette anni e che sa bene in che razza di mondo vive. Non ha un nome e per questo ho deciso di chiamarlo Ben, onorando così uno dei personaggi preferiti da mio nipote, suo coetaneo. Ben vive dall’altra parte dell’Oceano, ma le sue abitudini non sono dissimili da quelle di un qualsiasi ragazzino della sua età. Ha ancora i suoi giochi, ma data l’età inizia a rispondere in prima persona a compiti e responsabilità sempre crescenti.

Ecco che,  un giorno come un altro, la sua maestra Jen Adams decide di assegnare a lui e ai suoi compagni un tema chiedendo ai suoi allievi di descrivere un’invenzione tecnologica che non amano affatto.

Ai miei tempi, quando avevo l’età di Ben, mai mi fu posta una simile questione. Avevo un videoregistratore, un commodore 64 : dispositivi che affascinavano e non spaventavano. Inoltre,  tema era parola pressoché sconosciuta, che iniziò a riecheggiare tra le mura della mia classe solo in quinta elementare, con l’arrivo di un’altra maestra.

Fino alla quarta il mio maestro – unico, indivisibile, incorruttibile  – lo chiamava testo libero e noi passivamente, lo accettavamo. Era il compito a casa del giovedì ed io lo odiavo perché, semplicemente, detestavo scrivere.

Oggi intendo ripescarlo perché Ben, un ragazzino qualunque, deve essersi sentito finalmente libero quando gli è stata data l’occasione di mettere nero su bianco quello che pensava e – forse – intendeva dire da troppo tempo.

La libertà di Ben emerge nel momento in cui egli stesso si affida a poche,  semplici, righe: “lo smartphone non mi piace” – dichiara e sottoscrive – specificando il motivo “ I miei genitori sono sempre al cellulare” Sin dal principio, quello che scrive Ben è destinato a non lasciare scampo a noi adulti.

Forse è merito di una frase semplice e chiara. Probabilmente è merito della calligrafia che appartiene chiaramente ad un bambino di sette anni – comunque leggibile ed ordinata – o piuttosto del disegno a fondo pagina, dove una grossa croce taglia da parte a parte l’immagine di un cellulare.

In ogni caso, Ben dice e scrive quello che molti altri vorrebbero dire o scrivere: si fa portavoce di una intera, nuova generazione che si confronta con un problema inesistente negli anni della mia infanzia. Le parole di Ben ritrattano, anzi scolpiscono impietosamente i bambini di ieri diventati adulti nei miei stessi anni: uomini e donne incapaci di lasciare spesso il telefono in un’altra stanza.

Ben non lo scrive, ma accelera e inasprisce i toni, quando sottopone ad un rapido processo il telefono di sua madre.

Non mi piace diventa verbo più forte e si trasforma in un I hate it chiaro e inflessibile. Ben non filtra il suo odio, si lancia liberamente e senza esitazioni in una riflessione che sa di rimpianto “vorrei che non ce l’avesse”.

Come conclusione Ben sceglie di ribadire il titolo del tema, come se fino all’ultimo si aggrappasse alla possibilità che un foglio prima bianco concede ad un bambino che sente di non avere voce.

Non è l’epoca di Dickens, quando i bambini non avevano voce, Ma è altrettanto risaputo che la storia è pronta a repliche che assumono sfumature diverse: oggi ci sono migliaia di bambini che restano inascoltati e non ce ne accorgiamo.

Finché non arriva la parola scritta. Quella che resta e che fa male: la maestra Jen ha condiviso su facebook il tema di Ben creando un post diventato virale, ma credo che la reazione dei suoi genitori lo sarebbe stata di più.

Già, Come hanno reagito i genitori di Ben?

Rispondo, ripensando a me stesso nella stessa situazione. E’ capitato che mio nipote si voltasse e cercasse il mio sguardo, e non lo trovasse. E’ capitato anche ieri, quando cercava un suggerimento mentre giocava. Lo ammetto: quasi sempre me ne accorgo e cerco di rimediare, ma raramente ho il telefono nell’altra stanza. In quei momenti lui resta in silenzio, non sbatte i piedi per terra e non ha un foglio bianco per poter scrivere o disegnare quello che sente.  Spero che un giorno i miei nipoti leggano questi fogli non lasciati bianchi e spogli, e accettino le mie scuse. Tra le più difficili che io abbia mai dovuto scrivere.

Categorie: confusioni di uno xennial, Cultura, Real Life

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