dybala

Tutti in campo con la Joya

Cr7 ha “ronaldizzato” l’amico Paulo Dybala. Lo leggo fissando una mug piena fino all’orlo di caffè nero bollente. Questo caffè trabocca come l’ego di quel fuoriclasse – penso – ma sto travisando le sue intenzioni. Infatti è proprio la mia frettolosa conclusione a rivelarsi superba, e questa convinzione è già pronta a raffreddarsi molto più rapidamente del liquido nero che ho lasciato in disparte.

Ben oltre il titolo di quell’articolo dedicato a due indiscussi campioni c’è di più; d’altronde la lettura è efficace soltanto previo superamento di pregiudizio e umiltà di giudizio.

Trascino mouse e occhi sul testo, per avere la conferma che avevo torto. Scopro che “ronaldizzare” implica umiltà in chi dà – il fuoriclasse, il numero uno – e devozione in chi riceve. In quest’ultimo caso,  l’amico e compagno di squadra, classe 1993 Paulo Dybala.

Parafrasando una frase detta da qualcun altro– quella sì, rimarrà alla storia –  Paulo Dybala viene da molto lontano, dalla fine del mondo. Sulla carta l’Argentina esporta principalmente carne e mais, ma è anche nota per aver donato al resto del pianeta gemme preziose che hanno incantato gli stadi di mezzo mondo.

Uno, quasi innominabile perché inimitabile, lo conoscono tutti.

Ne sono seguiti tanti altri, di fenomeni. Uno di questi campioni ha venticinque anni: è un attaccante che può ricoprire il ruolo di prima o seconda punta.

Lo descrivono agile, è indubbiamente versatile ed estroso, non manca di imprevedibilità. Fidandosi del proprio istinto, un telecronista argentino scelse per lui il soprannome la Joya, termine che in spagnolo è l’equivalente della parola italiana gioiello.

Ma Dybala è gioiello proprio perché, non pago delle conferme, continua la sua rincorsa spinto dal desiderio di imparare, quasi a voler esorcizzare e tenere lontani gli spettri di anni più difficili. Quelli caratterizzati dalla partita con il destino che un giocatore oggi famoso, ha affrontato su campi polverosi, dove l’erba – vera o sintetica – semplicemente non c’è.

La biografia di Dybala ci restituisce l’immagine di una vita segnata da confronti e sconfitte che prescindono dalla rincorsa ad un pallone: ha dovuto dare continue conferme, anche quando in terra natia era già il gioiello.

Ce lo dice il suo stesso arrivo in Italia, quando appena sbarcato a Palermo, l’autista della squadra rosanero dimentica di avere un campione in erba al suo cospetto e lo ribattezza immediatamente u picciriddu.

Il tempo ha sentenziato che la Joya e u picciriddu sono entrambi soprannomi giustificati perché ambedue sono qualità speculari che convivono pacificamente nell’anima dell’ uomo che malgrado gloria e fama, trova ancora il tempo di meravigliarsi anche quando nei paraggi non ci sono compagni fuoriclasse.

La Joya non smette di ammirare il prossimo e si ferma a guardare: accade anche quando tenta in tutti i modi di risalire all’identità di un bambino iraniano che in un video gli ha dedicato un gol, imitando tra l’altro la nota Dybala mask. Indubbiamente, il gol che il ragazzino realizza non è dei più facili – considerando che con quel sinistro è riuscito a centrare una piccola finestra che richiede precisione millimetrica.

Ma a voler indagare oltre, scopriamo che forse c’è dell’altro.

C’è polvere, manca l’erba, il deserto è sullo sfondo. Ecco che lo scenario è servito, i ruoli magicamente si invertono: il campione affermato decide di “inseguire” con slancio genuino – degno del più entusiasta picciriddu – il giovane talento che ha tutta l’intenzione di imitare il suo idolo.

Questa è una rincorsa diversa da tutte le altre: Dybala non si trova di fronte porte e avversari, non viene giudicato da arbitri e telecronisti. La sua sfida è trovare il bambino, sapere chi è, conoscere il suo nome.

In questa rincorsa gli spettatori non mancano, ma non siedono sugli spalti. Già, il social impone che tutto sia dannatamente o beatamente global: ad assistere ci sono fan devoti che si trasformano in complici compagni di caccia. Così, in breve tempo e con l’immagine dell’antica Persia sullo sfondo – più adatta come scenario – spunta fuori un nome. Il bambino che incanta l’idolo si chiama Amir Mohammad.

Proprio Amir è nome che profetizza un grande avvenire e grandi avventure. Il suo nome dal sound esotico significa infatti principe, uomo capace di elevarsi a gran capo. Un nome che dà ragione alla storia e alle leggende che affollano con la loro eco l’Iran moderno che un tempo si chiamava Persia. Un luogo che da solo evoca grandi imperatori, leggende, tappeti annodati a mano, srotolati per business e per incanto.

In quella terra lì, tra catene montuose e due deserti, tra città e villaggi sperduti, Amir trova un momento di gloria facendo quello che per lui da sempre è sinonimo di gioia e libertà. Amir corre dietro al pallone e continua a farlo ogni giorno, proprio mentre Trump spinge le nubi nere sui pozzi ancor più neri del suo paese.

A proposito, non c’è traccia di dollari e petrolio su quel terreno di gioco spoglio e circondato dal deserto. Proprio per questo è possibile allontanare il nemico, scacciare l’incubo e credere ad un sogno. Se non altro,guardando un ragazzino che si diverte con un pallone, si può sempre intravedere l’erba pronta a spuntare all’improvviso.

Categorie: Real Life, Senza categoria, Sport

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