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Lo straordinario caso di un uomo comune

Dwayne Johnson lo conoscono tutti. Almeno, quelli che una volta nella vita si sono imbattuti nella sua figura possente, che giganteggia sulle locandine e sugli schermi dell’intero pianeta. Nei film che interpreta Dwayne è un eroe assoluto, uno di quelli che vince e vincerà sempre, malgrado la presenza di terroristi spietati, nonostante l’intervento di calamità o forze sovrannaturali nemiche dell’umanità. Anche per questo lo chiameremo sempre The Rock, il lottatore che tra un fishermen suplex e un body slam incantava i teatri del wrestling, prima di diventare star del cinema d’azione.

In un prossimo film, magari dalle tinte più spiccatamente fantasy, The Rock potrebbe trasformarsi nel Titano Atlante, ossia in colui che reggeva su di sé tutto il peso del mondo. Potrebbe essere un’idea, ma è altrettanto probabile che io mi sbagli, come accade spesso e/o come dicono gli altri.

Google me lo ribadisce quando sul motore di ricerca più diffuso al mondo digito Dewayne Johnson. In un mondo dominato dal barbaro linguaggio Forse cercavi è formula elegante, persuasiva. Google ostinatamente tenta di indirizzarmi nuovamente verso le imprese titaniche di The Rock, ma io so che questa volta non ho sbagliato.

Io sto cercando notizie di Dewayne Johnson; perché, anche questa volta, ad essere protagonista della mia storia è lo straordinario caso di uomo comune e non Dwayne Johnson, famosa e celebrata leggenda del wrestling che non ha bisogno dell’inchiostro del sottoscritto.

C’è una e che li separa ed è una benedizione: a dispetto del nome confondibile, nonostante abbiano la stessa età e provengano entrambi dall’assolata California, quella e conferma l’esistenza di due uomini e al contempo, ne rimarca le differenze.

Non lo si direbbe oggi, guardando il viso segnato di Dewayne “Lee” Johnson, uomo comune trasformatosi in combattente catapultato sotto la luce dei riflettori. Soltanto fino a ieri però, “Lee” era l’ uomo che lottava contro i parassiti e le malerbe nel giardino di una scuola di Bencina, nella baia di San Francisco.

In altre parole, quest’uomo di quarantasei anni conduceva una battaglia che non entusiasmava anima viva. Non rapiva gli occhi, non incendiava cuori, non solleticava l’adrenalina delle folle

Dewayne era un ordinary man anche nel 2012, ossia l’anno in cui il custode e giardiniere – marito e padre di due figli – inizia ad utilizzare Roundup, diserbante prodotto dalla Monsanto.

Monsanto è un colosso dell’industria agrochimica che fino al 2001 detiene il brevetto esclusivo di un prodotto in gran parte artefice di un fatturato da 15 miliardi di dollari l’anno.

Contro erbe e piante infestanti Roundup mostrava muscoli d’acciaio: non aveva rivali, grazie al principio attivo noto come glifosato, divenuto oggi l’erbicida più diffuso e più utilizzato in agricoltura. Come migliaia di altri americani, anche Dewayne inizia ad utilizzarlo per tenere in ordine il cortile della scuola di Bencina.

Ma nella Bay Area, vicino all’Oceano, i venti soffiano con una certa intensità e regolarità: il contatto diretto con il composto chimico è inevitabile. Finché nel 2014, il tubo flessibile che il giardiniere utilizza nel suo lavoro subisce un serio danno. In seguito alla rottura, un’ingente quantità di prodotto inonda gli abiti e il corpo del giardiniere in servizio.

Quest’incidente causa una violenta reazione cutanea che allarma la vittima, prima che giunga una diagnosi che sa di condanna. A Dewayne “Lee”Johnson, marito di Araceli Johnson e padre di due figli di dieci e tredici anni, viene diagnosticato il linfoma di non Hodgkin…

11 agosto 2018: All’improvviso le luci sono tutte puntate su di lui. Dewayne non è abituato. Cammina a testa bassa lungo i corridoi del tribunale di San Francisco. Negli ultimi tempi è continuamente costretto a confrontarsi con giudizi inappellabili, ad attendere sentenze e verdetti che lo consumano lentamente.

A onor del vero una sentenza – quella dei medici – è già arrivata da un pezzo.  Dewayne – ne è consapevole – non sta combattendo per rimanere in vita, dato che per lui non c’è più speranza di vincere contro la malattia. In questa giornata di metà estate è in attesa di un altro verdetto: quello che chiude un processo svoltosi in tempi straordinariamente celeri a causa delle gravi condizioni di salute in cui versa.

Quello che la giuria sta per emettere sarà un verdetto simbolico,  destinato ad avere una prosecuzione nella battaglia legale intrapresa contro la multinazionale, presto di proprietà del colosso tedesco Bayer.

Infatti Dewayne non è l’unico a combattere: migliaia di americani hanno già intentato causa alla Monsanto perché vittime – a loro dire – di un pesticida cancerogeno e in molti casi letale. Tuttavia, Dewayne è il primo a trascinarli davanti ad un giudice e a sedersi in tribunale. Lui Dewayne, nel bene e nel male, costituirà un precedente che nel sistema giuridico anglosassone equivale ad un provvedimento con forza vincolante.

In quell’aula, lì accanto a lui, non c’è ragione di voltarsi dall’altra parte nell’attesa del giudizio finale: la folla si è da tempo accorta che esiste un uomo di quarantasei anni con due figli da crescere, protagonista di un caso che fa rumore. E’ lui un Davide che accusa Golia di non aver segnalato i rischi legati all’utilizzo e all’eventuale contatto diretto con il prodotto.

Dewayne è un Davide dal fisico provato, minato dai cicli di chemioterapia cui si sottopone perché sua moglie fa due lavori, necessari per coprire con l’assicurazione le spese mediche che negli Usa non fanno sconti a nessuno.

Consola l’idea che non sia solo: i suoi avvocati hanno portato avanti un’inchiesta, culminante nella stesura di un dossier costruito su documenti secretati l’anno scorso per volontà di un giudice distrettuale. Sono pagine importanti,  incluse in registri noti anche come Monsanto papers.

Secondo questi documenti la Monsanto avrebbe manipolato i dati scientifici allo scopo di mascherare la tossicità del glifosato, arruolando scienziati compiacenti e complici. Il bavaglio però non è servito. Questa vicenda ha lasciato tracce visibili sul corpo dell’uomo che sta per morire, oltre all’eco che si solleva dai tribunali di una nazione intera.

Il destino di Dewayne non è quello dell’eroe solitario, da film o da leggenda di tempi andati: nella vita reale non basta un epico scontro per vincere contro il nemico inossidabile.

Più che la conclusione, la vicenda di Dewayne rappresenta l’inizio della battaglia, con la giuria che entra nell’aula del tribunale e con il verdetto che viene pronunciato. Si viene a sapere che Davide ha vinto e che Golia ha perso. Dewayne riceverà 289 milioni di dollari: nel caso specifico questa cifra va oltre il mero risarcimento. Piuttosto, è sinonimo di garanzia per il futuro di due ragazzini, condannati a restare senza padre.

In attesa dell’appello, possiamo dire che l’azienda è stata battuta. Tuttavia cresce e prospera, facendo quello che ha sempre fatto: promettendo di rendere più belli, più verdi, magari più sicuri i giardini e i campi sportivi dove a giocare ci sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Uomini e donne a godersi quel sano momento di relax giornaliero.

Nell’attesa che giunga il finale, si può auspicare che si rammenti l’inizio. Magari davvero un giorno qualcuno ricorderà che Dewayne “Lee” Johnson è stato il protagonista di una battaglia avvincente, reale, priva di effetti visivi e miracoli della post produzione.

Se si desidera altro, se si vuole vincere a tutti i costi, senza se e senza ma, allora bisogna andare al cinema e pagare per vedere un film d’azione. Come quelli che durano un paio di ore. Come quelli che hanno per protagonista un “certo”  Dwayne “The Rock” Johnson.

Categorie: confusioni di uno xennial, Real Life

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