PAOLO REDUX 3

La casa dei sogni

Esistono curve e pendii che non aumentano semplicemente il senso della distanza. Rappresentano piuttosto la parte più ostinata di un percorso che oggi – un venerdì qualunque – sembra più lungo del solito. Il punto di arrivo è davvero vicino al mio punto di partenza, eppure sembrano spalancarsi – di nuovo – porte di un mondo a me sconosciuto, mentre l’amico alla guida si è trasformato, e a sua insaputa, in un partecipe compagno di viaggio.

Effettivamente questo pomeriggio ha assunto un vago retrogusto di avventura, del tutto soggettivo considerando che l’intero tragitto supera a fatica il muro dei dieci minuti e dei sei chilometri. Eppure l’ultimo tratto di strada è il sipario che si apre su un punto preciso ed inedito della campagna frentana: abbasso in fretta il finestrino per accogliere aria e suoni non contaminati da auto e pedoni.

Ci sono luoghi liberi come questo che andrebbero raggiunti da veri uomini liberi. Mi vengono in mente Steve Mc Queen, che arriverebbe qui a bordo della sua Triumph. O Phileas Fogg, che dall’alto della mongolfiera nel suo giro del mondo in 80 giorni, apprezzerebbe sicuramente la vista panoramica sull’immenso tappeto verde che ci circonda.

E’ qui, in un angolo paradisiaco della mia città che Paolo – il nostro ospite – ha scelto di vivere. In questo momento però non è accanto all’enorme Pick Up Ford anni ’70 da vero uomo libero: sta salutando la compagna ed il figlio, in procinto di sbrigare le ultime faccende prima del week end.

E’ qui che stanno costruendo una nuova vita e al tempo stesso quella che io – caparbiamente e sin dall’inizio – continuo a chiamare la casa dei sogni. Non saprei trovare un’alternativa più originale: in fondo ogni cosa mi convince che questo scenario è lo sfondo ideale per un giovane uomo che ha deciso di rallentare i ritmi che segnano l’ingresso in un’altra stagione di vita.

Intanto si alza la brezza da est, sintomo della presenza del mare non distante. Il mare – penso – vuole farsi sentire e non potrebbe essere diversamente.

So che Paolo ha amato sia il windsurf che il surf su onda. Ha vissuto a Fuerteventura quando lì si faceva Beach life, in anni in cui l’isola delle Canarie era ben diversa da come è apparsa ai miei occhi soltanto tre anni fa. Ovviamente sono stati tanti i luoghi esplorati, amati, conosciuti fino in fondo.

Anni dopo ha prolungato la sua permanenza in località anche remote, dall’Africa Occidentale alle Isole Andamàne, autentico paradiso vergine nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, una vera oasi per surfisti e sub in anni ormai andati.

Questo pomeriggio calpestiamo erba e respiriamo odore di fango, lontani da Arcipelaghi immersi nell’Oceano, sia in senso spaziale che in senso temporale. Sono passati tanti anni, al punto che Paolo – classe 1975 – si è deciso a fissare un punto fermo proprio qui a Lanciano,  nella città dove è nato.

Mancano deserti o piante esotiche tutt’ intorno, ma ulivi e querce ti circondano e non hai ragione per nutrire rimpianto. Non c’è il Teide nelle vicinanze, ma basta volgere lo sguardo ad Ovest per ricordarsi che la Majella imponente – grazie a giochi di luce qui inediti – sa essere al tempo stesso madre protettiva e custode della tua terra.

( Immagini a cura di Gianluca Scerni. Tutti i diritti riservati )

Di fronte – proprio sulle nostre teste – le si staglia contro una gru che gira in senso orario, come a ricordarci la presenza del tempo che corre anche in posti come questo dove sembra invece rallentare. La gru solleva tavole e assi legate insieme grazie ad una lunga e robusta fascia verde: due operai diligenti sistemano tutto a dovere, ma trovano il tempo per dialogare con me – curioso – e con l’amico – vivace – che mi ha condotto sin qui.

“Chi riesce a restar calmo e scherzare quando il lavoro è duro sa quello che fa” me lo disse qualcuno ed onestamente riconosco in questi ragazzi di Reggio Emilia la capacità di lavorare con entusiasmo e competenza.

La ditta emiliana incaricata dei lavori è in realtà complice nella realizzazione della casa che Paolo ha progettato quando aveva il tempo per sognare. In pochissimi giorni, dopo scavi cominciati  nei mesi scorsi, la casa è già in piedi.

Una struttura dove non esiste cemento, dove tutto è costruito in nome della bioarchitettura che rispetta l’ecosistema e consente di vivere in ambienti sani ed equilibrati.

Qui dove non c’è cemento, i muri prefabbricati sono rivestiti di canna palustre, una graminacea caratterizzata da ottime proprietà termoisolanti. All’ingresso mi trovo al cospetto di uno spazio vuoto, in futuro destinato ad ospitare una rimessa per auto e una dispensa per le provviste. Entrando, oltrepasso un cordolo realizzato con calce idraulica, materiale capace di assicurare la corretta  traspirabilità di intonaci e pareti, requisito indispensabile per il benessere all’interno di un qualsiasi spazio abitativo.

( Immagini a cura di Gianluca Scerni. Tutti i diritti riservati )

I muri traspiranti, con i materiali qui utilizzati, sono la soluzione ideale per resistere all’attacco degli agenti esterni e impedire al contempo l’insorgenza di muffe e putrescenze dannose per la salute. Ma se è vero che una casa deve trasmettere anche calore, è altrettanto fondamentale che quest’ultimo si diffonda uniformemente come Paolo mi ricorda.

Il mio occhio fissa il soffitto e un istante dopo cattura una balla di paglia: è paglia della zona, pressata in modo da evitare il passaggio di ossigeno all’interno. A prova di fuoco – per intenderci – essendo stata testata con dei bruciatori in modo da valutare e garantire il giusto grado di sicurezza.

La mia mente viaggia verso il lavoro finito, verso gli ultimi accorgimenti, cercando di catturare un’immagine del camino che sarà o dell’eventuale cucina a induzione. Su tutto, per ora, trionfano questi finestroni imponenti che si affacciano su una natura rigogliosa e ci suggeriscono la via dell’uscita.

Dall’esterno osservare gli operai sul tetto diventa tappa obbligatoria nonché una pratica del tutto naturale. Come dei perfetti “umarells”, osserviamo i lavori e ci godiamo in silenzio lo spettacolo della sparachiodi in azione, dell’operaio nelle vesti di inevitabile cecchino che preme il grilletto con precisione e disinvoltura. E’ sulle note di questo ritmo regolare e cadenzato, che il carpentiere continua a fissare tegole piatte su tegole piatte. Quelle che – irrimediabilmente – andranno sullo strato di paglia che ricoprirà la casa dei sogni.

( Immagini a cura di Gianluca Scerni. Tutti i diritti riservati )

Tuttavia, se è vero che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora mi tocca confrontarmi con l’inevitabile tasto dolente. Fissiamo il tetto già da un po’, tempo necessario affinché Paolo intuisca e annuisca.

“Volevo la casa in tetto verde, ma non sempre tutto quello che vogliamo si può avere”

La casa dal tetto verde sarebbe stata il massimo, una storia dal titolo di indubbio effetto – penso – ma forse mi avrebbe fatto tralasciare l’ aspetto più interessante.

Quello del sogno che molto spesso resta incompleto, del velo immancabile che copre anche gli occhi e le menti più vivaci.   Per ora il mio ospite ha deciso di guardare oltre quel velo e di concentrarsi su quello che il presente gli concede, intento a seguire centimetro dopo centimetro ogni progresso e ogni passo in avanti.

La sua casa sta diventando reale e in questo momento della sua vita ogni millimetro torna ad essere importante, dopo le migliaia di chilometri percorsi nei deserti esplorati e nelle foreste attraversate. Spesso dall’altra parte del mondo, come negli anni trascorsi in Nuova Zelanda, dove dava una mano a chi la casa la costruiva con le proprie mani e con le materie prime a disposizione tra i boschi.

Un’esperienza che è stata un insegnamento per lui, un’ispirazione piuttosto che un vanto: da qui è iniziato un processo mentale che si è tradotto nella casa a contatto con la natura in procinto di essere ultimata dinanzi ai nostri occhi.

( Immagini a cura di Gianluca Scerni. Tutti i diritti riservati )

Riassaporo lo spirito d’avventura avvertito ore prima grazie all’essenzialità dei suoi racconti. Sullo sfondo regnano terre lontane o lontanissime come l’Australia. Naturalmente vissuta oltre le città e i grattacieli, esplorando il desertico outback all’interno così come gli innumerevoli surf spot sulla costa, interagendo continuamente con i local, uomini, donne, ragazzi che abitualmente vivono e surfano in una determinata zona.  Grazie ad un inglese che cresce pian piano o allo spagnolo che migliora, il mondo si apre e lui decide di conoscerlo come andrebbe fatto.

Fino a quando giunge il momento di tornare e iniziare una vita nuova. Ripartendo, magari scavando ed edificando un terreno, testando tracce d’intonaco sulle canne palustri all’esterno, personalizzando l’interno con mobili del passato che Paolo sta ristrutturando in un casolare qui di fronte.

Ci sono tanti indizi che portano qui, al punto di arrivo dopo un lungo viaggio. Avrei potuto usare titoli o parole diverse, ma in ogni caso questa resta la casa dei sogni – e dei sacrifici – di qualcun altro. Lo penso imboccando la prima curva, tanto che sin dalla prima salita il cammino del ritorno ha già un gusto diverso rispetto all’andata.

Categorie: Real Life

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