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Favola o favela, il dilemma di Rio

C’è l’immagine che ti aspetti nei primi tre secondi di un video spot girato a Rio per le prossime Olimpiadi.  L’occhio della telecamera arriva sulla cima del Corcovado e il Cristo redentore volge le spalle alle riprese. Poi la telecamera punta dritta in basso, verso i morros, le colline che “ospitano” le favelas.

In un cortile, sin troppo pulito e colorato, appare un bambino con una cascata di capelli ricci e alle prese con un numero dieci. Non è stampato su una tshirt firmata da indossare; Il bambino povero, ma creativo, lo sta disegnando sulla schiena di un compagno per rendere l’ennesima partita di calcio ancora più credibile.

Oliver Twist non abita qui. Nella favela il bambino non teme nulla. Spavaldo e incauto, rincorre un motociclista che ha perso il portafogli e lo sventola senza pensare alle conseguenze. La sua folle corsa è cinematografica, ma in un secolo passato l’avresti immaginata grazie alle pagine di Dickens.

Infatti, un bambino delle favelas può essere considerato un criminale qualsiasi. Per un equivoco, come accade ad Oliver Twist nel celebre romanzo omonimo, il bambino è costretto a correre ancora più veloce per sfuggire agli agenti di polizia, che lo accusano di aver commesso un furto.

Siamo nel terzo millennio in una città del Sud america, alla vigilia delle Olimpiadi. Le favelas sono la versione caotica e assolata di quei grigi e spietati slums della Londra vittoriana e Oliver Twist non abita qui.

Il bambino delle favelas, inoltre, riesce a fuggire: dapprima trova slancio grazie ad uno skate. Poi si aggrappa ad un deltaplano che lo aiuta ad approdare ad un porto sicuro.

Il Cristo redentore è distante, ma a Rio il porto sicuro è la spiaggia dove si sorseggiano cocktail e si gioca a pallone sulla sabbia.

Qui finisce però la fuga e  i poliziotti lo raggiungono. Tempestivamente il motociclista si toglie il casco e rivela il suo volto. Appare Ronaldinho e il miracolo si compie: il bambino dai capelli ricci accetta la sfida del suo idolo e insieme sconfiggono i poliziotti in un match improvvisato sulla spiaggia.

Sorvegliata speciale. Sarà per quella statua sul Corcovado, con le braccia aperte. Rio è sorvegliata speciale, è una città che nonostante tutto non si può odiare.

Si fa amare per le  spiagge leggendarie, i surfisti, la funivia che porta al Pan di Zucchero, le innumerevoli albe e i tramonti sulla baia di Guanabara.

La città che tutti sognano e vogliono vedere – carioca in primis – è  quella che poggia con un piede sull’asfalto.

Però c’è anche la città che difficilmente si fa perdonare.

Rio non è solo una città pianeggiante, ma è anche quella delle favelas sui morros, le colline circondate dalla fitta foresta tropicale che provano a restituire l’ennesima immagine paradisiaca. Ma il paradiso terrestre non esiste nemmeno qui, in questo angolo di mondo dove puoi andare in spiaggia dodici mesi l’anno e i ritmi sono più lenti. Ancora umani.

Piede d’argilla. Rio vacilla per colpa del piede che poggia sull’argilla, perché le baraccopoli e le case sorgono su terreni altamente franosi.

La favola di Rio perde tutti i colori vivaci, non appena menzioni o ti incammini verso le favelas spuntate nei vari decenni a nord o ad ovest della città.

Nate all’inizio del novecento per accogliere soldati rimasti senza casa, nel corso dei decenni si sono ingrandite fino all’inverosimile e dove, è bene ricordarlo – nascono, crescono, vivono -migliaia di bambini.

Gli unici che sognano all’aperto in questa prigione senza soffitto e senza finestre, dove serpeggiano liberamente tutti i mali e le ingiustizie di ogni tempo.

Orgoglio e Pregiudizio. Le due anime di Rio sono divise anche dal pregiudizio che unisce tanti brasiliani, che si sentono distanti da quel 6% di popolazione che vive con cento dollari al giorno. Esistono favelas pacificate come Cantagalo, a pochi passi da Ipanema, che attraggono investitori europei e americani, turisti che dicono di sentirsi sicuri.

Ma l’orgoglio dei brasiliani poggia con tutto il peso del corpo e dello spirito sulle spiagge, sul carnevale e sul calcio, unica fonte di miracoli che trasforma bambini poverissimi in stelle della seleçao ed eroi della patria.

Pregiudizio e vergogna. I bambini poveri non mancano nelle foto di Mario Tama. I bambini non sono riccioluti, non corrono per una buona azione e non vengono ricompensati con l’incontro della vita.

Giocano a calcio, ma ai bordi di una discarica nella favela di Marè, a nord della città.

Qui i ragazzini giocano a piedi nudi, gli animali non hanno recinti, l’acqua non è impetuosa e trasparente come l’oceano: è un placido rigagnolo che ha mille colori, a seconda dei rifiuti che non ha la forza di respingere.

Forse è un caso, ma hanno pensato bene di rendere chiari i confini. Proprio ora, alla vigilia delle Olimpiadi, sulle barriere antirumore dell’autostrada intorno a Marè spuntano fuori cartelloni pubblicitari. Il sospetto è che servano a nascondere la vergogna, a camuffare l’andatura di un paese claudicante.

 

Forse è il frutto di un caso, ma resta la certezza che oltre una barriera fatta di pubblicità e oltre tutte le copertine patinate, i poveri restano poveri e sono condannati all’oblio. Ma non all’estinzione.

Come sa bene chi li guarda da vicino o magari dall’alto, con le braccia allargate e i piedi – si spera – ben saldi sulla cima di un monte.

( servizio fotografico a cura di Mario Tama / Getty images. Tutti i diritti riservati )

Categorie: Cultura

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