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Lorenzo e i suoi coltelli

Ho sempre bisogno della lama tagliente, dell’arma affilata che recide, del pugnale che arriva dritto a destinazione. Ecco perché voglio sapere a tutti i costi come è possibile creare coltelli, ecco perché mettendo piede nel laboratorio di Lorenzo Pasquini sento di essere arrivato a destinazione prima di cominciare.

Qui, sulla strada che da Lanciano conduce al fiume Sangro attraverso il percorso più tortuoso possibile, in un angolo di campagna che per me resta e resterà inesplorato, la fornace arde e l’aria afosa è già impregnata di odori decisi.

 Lorenzo non si sa spiegare come mai oggi il carbone, che a me sembra incandescente, in realtà non risponda ai suoi comandi.

Ci vorrebbe un rito particolare, penso, ma immerso nella contemplazione non posso essere di alcun aiuto, anche perché rispetto il talento altrui più di qualsiasi altra cosa. Potrei soccorrerlo solo se fossi capace di creare fuoco dal nulla. Come Giove. Se fossi in grado di addolcire i metalli nella forgia. Come il Dio Vulcano nella sua dimora alla Solfatara.

Ci vuole una temperatura alta, tra i novecento e i mille gradi. Anche oltre, perché la lama si arroventi come conviene

Lorenzo ha studiato per diventare un archeologo. Da molto tempo – forse dalla nascita – ha capito che nella vita si suda e per tutta una serie di ragioni.

Dopo i suoi studi ha compreso semplicemente di non volerlo fare nel deserto del Sinai o all’ombra di maestose piramidi. Nel suo laboratorio – che i suoi nonni un tempo usavano come una stalla – suda di fronte al carbone che arde.

Più il metallo nella forgia è caldo, più è malleabile. Ecco perché se il carbone non risponde l’unica cosa da fare è aspettare e pazientare.”

Dovrà ricorrere alla carbonella di legno per velocizzare i tempi, mentre il carbon fossile sarà d’aiuto in fase di mantenimento.

Foto di Gianluca Scerni http://www.gianlucascerni.it/

Ore 17 lezione di chimica. Lorenzo mi spiega che l’assorbimento del carbonio conferisce alla lama la capacità di taglio con il carbone che concorre ad aumentare la robustezza del metallo. Sudiamo e la temperatura sale, però finalmente il listello di metallo si riscalda a dovere. Prima che io me ne accorga Lorenzo ha già afferrato le tenaglie per bloccarlo e poggiarlo sull’incudine.

Tra incudine e martello, inizia la fase clou. In questo momento provo un pizzico di invidia perché sta dando forma e dimensione a qualcosa di amorfo: batte con il martello e sotto i miei occhi inizia a concretizzarsi qualcosa che un secondo fa non esisteva.

Foto di Gianluca Scerni http://www.gianlucascerni.it/

Battere sul ferro finché è caldo. E’ proprio vero, oggi lo vedo con i miei occhi. Lo sento sulla pelle. N

on appena il colore rosso sul listello si spegne, Lorenzo afferra le tenaglie, infila il metallo nella forgia prima di battere una seconda volta. Riecheggia il rumore metallico, il martello batte sull’incudine e il caldo vicino alla forgia per me è opprimente. Ne approfitto per visitare di nuovo il laboratorio e ripercorrere quello che ho visto da quando sono entrato. Ogni angolo corrisponde a una fase della lavorazione.

 C’era una volta, una stalla. I nonni di Lorenzo qui tenevano gli animali. Un asino e mucche di cui lui non ricorda l’esistenza. Ma in un angolo del suo piccolo e nuovo mondo resiste il legame con il passato: ci sono mensole dove lui custodisce i corni dei bovini.

Una volta li avevo dal mattatoio qui vicino. Appartenevano ai vitelli, oggi arrivano dall’India e sono di bovini adulti

Tempi di vacche magre, in tutti i sensi. Quando stringiamo il manico di un coltello tra le mani teniamo presente che arriva dal paese dove le vacche sono sacre.

Sono corni di bovini adulti. Poi il processo è lo stesso: vanno segati, stretti in una morsa e poi spianati a caldo.”

Foto di Gianluca Scerni http://www.gianlucascerni.it/

Prima di passare alla forgia mi ha mostrato velocemente come tracciare la linea perfetta. Ha usato il suo occhio e un pennarello per segnare il punto di riferimento per la foratura del manico, sulla mola non lontana. Ai miei occhi potrebbe procedere con la spianatura a caldo anche con una benda sugli occhi: ma in realtà Lorenzo è estremamente attento.

Oggi come all’ inizio, dieci anni fa, quando come per qualsiasi neofita la strada più che spianata sembra sbarrata. Dalle difficoltà, dall’inesperienza, dai maestri che mancano.

Comunque ho osservato, ho provato a rifare immediatamente ciò che ho visto. Ho fatto centinaia di tentativi, ho commesso errori, oggi sono ancora qui“.

Mi volto e il listello di metallo viene allungato e plasmato.  Nell’aria si sente ancora forte l’odore di creatina per la polvere dei corni tagliati che si è dispersa e che in parte è finita dentro questa bocca dall’alito incandescente a rimarcare l’identità di questo posto. Negli anni Lorenzo lo ha trasformato e plasmato con le sue passioni; cosi in pochi metri quadri è riuscito a renderle visibili grazie a oggetti e reperti storici che lui ha recuperato negli anni.

Questi listelli di metallo provengono dagli ammortizzatori dei camion, altri li ho comprati. E’importante che siano dello spessore giusto, in genere cinque o sei mm per un coltello di cinquanta o sessanta centimetri

 

Potrebbe usare la segatrice per la sgrossatura della lama, ci vorrebbero pochi minuti. Ma i miei occhi non vedrebbero lo stesso e non capirei. Non ci sarebbe lo stesso calore e il colore del rosso che prima cattura e poi si impossessa della lama.  Ad ogni forgiatura sembra durare più a lungo, il calore sembra crescere, l’idea prende forma su quest’incudine di trenta chili risalente all’ottocento. L’interesse per il prodotto finito non si spegne quando inizia il processo di raffreddamento. Perché questo liquido alquanto viscoso non è acqua, ma olio di semi di girasole.

Per me questa è una scoperta, l’ennesima. Lorenzo inizia ad agitare la lama solo dopo aver inserito la punta.

Il processo di raffreddamento per la tempera della lama potrebbe renderla malferma. Per impedire che l’acciaio diventi troppo fragile, è consuetudine farlo rinvenire nel fuoco. Nella forgia la lama diventa flessibile e stabile, pronta a durare a lungo.”

In questo laboratorio non manca nulla. Non manca la mola dove si sgrossa il nodo del coltello, dove si procede alla fresatura perché manico e acciaio si incontrino. Ma quando Lorenzo è di fronte alla sua levigatrice a nastro mi ricordo perché sono qui.

Per affinare e per affilare. Nel mio caso le parole giuste per raccontare storie come la sua.

Ogni nastro ha una grana diversa, ma finissima. Affinché le sue lame, quelle che lui crea, risultino affilate e rendano giustizia al suo sudore, ma soprattutto al suo talento.

Potrei usare il nastro da duemila. Con quella grana e un po’ di pasta abrasiva i clienti possono usare i coltelli come fossero specchi. Soddisfo questa come le richieste di tutti. Collezionisti, cacciatori, semplici consumatori. Per regali, occasioni particolari o semplice uso quotidiano.”

Mi mostra manici con striature verdi, bianche e nere. Non li ho mai visti, abituato ai coltelli monocolore dei coltelli reperibili in commercio. Quando Lorenzo mostra la sua creazione non fa più caldo come se fossimo all’inferno. Filtra l’aria più fresca della sera e un attimo dopo arriva Fabio. Ha sette anni e ha lasciato la sua piccola torpado fuori. Qui per lui non sembrano esserci pericoli: in tre ore ho sentito solo l’eco di un trattore.

Nell’aria odore di colza e creatina, ma non di benzina.

Foto di Gianluca Scerni http://www.gianlucascerni.it/

Fabio inizia a toccare tutto ancora prima di parlare e dire il suo nome. Conosce a menadito ogni angolo perché spesso è qui mentre Lorenzo lavora. Non c’è un proiettore, ma ciò che vedo mi ricorda scene di un tempo finito.

Da Nuovo cinema Paradiso, per intenderci.

Paradiso la parola che ho invocato a bassa voce e che mi è venuta in mente più spesso.  Anche adesso che il fuoco è spento. Persino quando era acceso.

 

Categorie: Real Life, Riscopriamoli...

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