Da caput mundi a Romamor

C’era una volta…Da Caput mundi a RomAmoR

Quando si parla di Roma oggi si è indecisi se farlo sussurrando o urlando: “C’era una volta” sarebbe comunque l’incipit ideale, l’inizio perfetto. Tanto da risalire a Cesare o Augusto per vantare le meraviglie ingegneristiche che ancora oggi si possono raccontare e non spiegare. Oppure fare un balzo in avanti e rivedere Michelangelo all’opera, che sfida un Papa in difesa di una rivoluzione che sa di meraviglia. Per i più romantici – o forse le più romantiche – resta un’immagine squisitamente pop, anch’essa ancorata al passato: la fuga di Audrey Hepburn a bordo di una Vespa per le vie del centro.

Non è facile avere uomini come Gregory Peck accanto, vuoi per i tratti virili, vuoi per il volto leggendario. In ogni caso, uomini e donne come loro sono esistiti. Eccome. Come luoghi che sembrano scomparsi.

A proposito, in Vacanze Romane, tra le altre cose, Audrey e Gregory si tuffano nel Tevere in una notte di mezza estate, sessantacinque anni fa. Al bacio della scena successiva non ha fatto seguito un finale felice: non indossando scarpette di cristallo, la Principessa Anna torna ai suoi impegni e Joe torna a essere il comunissimo Joe Bradley, che di professione fa il giornalista.

I sogni possono finire all’alba anche nelle commedie romantiche in bianco e nero. Quelle, per intenderci, che ti risparmiano comunque la bruttezza, lo scempio, l’incubo di chi si sveglia presto al mattino e inizia la giornata odiando lo specchio perché mostra un volto stanco, segnato, deturpato.

Un volto che oggi sembra appartenere ad una città intera. In rete ormai si sentenzia che Roma fa schifo: d’ora in poi lo scriverò accostando i caratteri, come conviene ad uno slogan che sembra funzionare.

Dopo aver sussurrato i nomi di personalità storiche e attori leggendari, arriva il momento di digitare su google ROMAFASCHIFO. Sul sito web omonimo inizia la carrellata di immagini che fanno rimpiangere i fasti dell’Impero: le  immancabili buche, le travi di legno, i lavandini abbandonati, i secchioni ricolmi, le bici devastate, i tendoni pericolanti, gli immancabili rifiuti alimentari.

L’urlo virtuale è diventato per i cittadini l’estremo tentativo di esorcizzare l’inverosimile: oggi per parlare di Roma occorre munirsi di sarcasmo per poter poi andare nel profondo, scavando. Non si tratta di esplorare catacombe o setacciare un sottosuolo lussureggiante a caccia di reperti o tesori nascosti. Non si tratta nemmeno di spianare la strada alla nuova tratta della Linea C della metro: si scava tra infiniti scheletri riposti negli armadi e tra segreti inconfessabili che – quando va bene – finiscono nei verbali dei tribunali.

ROMAFASCHIFO è, il grido colmo di paradosso, la denuncia diventata una scelta necessaria che testimonia più della retorica l’estremo atto d’amore di chi non vuole rinunciare alla propria città. E’ un po’ come la storia dell’ebreo che odia se stesso. Il romano c’è, vive, si scandalizza, denuncia, si tormenta: come chi scrive su Instagram che percorre 120 metri in 20 minuti su via Ostiense e arriva a Piazzale Clodio dopo tre ore.

Tu, che vivi oltre l’Appennino, sei cosciente che il suo è uno sfogo. Non importa quanto odio professi. Anche in cima alle Ande, il romano non riuscirà a liberarsi da quella magnifica, tragica ossessione. Si sentirà sempre legato al ricordo e al destino del concittadino amico – pardon fratello – che invece non ha rinunciato a lottare. Dino, ad esempio, è rimasto. Dopo la pensione non è fuggito in Portogallo o in Bulgaria. Appare su una rete nazionale, ma potresti incrociarlo per strada perché è da lì che la sua storia emerge con tutta la sua forza.

In un giorno di ottobre del 2006, Dino è di passaggio alla Stazione della Tuscolana: in quella, come in tutte le stazioni delle metropoli del mondo, gli ultimi rincorrono invano la speranza di contare ancora qualcosa. Cercano una mano tesa in un luogo di anime di passaggio, minacciati costantemente dalla voragine dell’oblio o più realisticamente dallo sguardo indifferente.

C’era una volta, un uomo, anzi un pensionato, che si è fermato a parlare con il suo prossimo in seria difficoltà. Lo ha ascoltato e gli ha offerto un caffè. Nella eterna, immensa, popolare Roma un gesto bello resta un gesto isolato: in una città che sembra divisa tra sudditi costretti a subire e pochi, potentissimi padroni – roba da far invidia al Triumvirato – il gesto di Dino rischiava di finire fagocitato dal caos che regna tutto intorno.

Lui non si è comunque dato per vinto e poco dopo è nata un associazione denominata “ Quelli del Quartiere” pronta ad aiutare chiunque. Le famiglie romane che entrano a far parte di questa rete di solidarietà si organizzano autonomamente, offrendo bevande e pasti caldi. Dino, dal canto suo, non conosce riposo: sparge la voce, coinvolge intere comunità, pianifica orari, tempi e luoghi, scova anche una cucina industriale in un Istituto per Religiosi.

Dopo quattro anni l’Associazione si trasforma in Onlus e da quel momento RomAmoR si dedica a diverse attività. Prime fra tutte, il confezionamento e la distribuzione di bevande e alimenti ogni mese dell’anno, senza interruzioni, sia alla stazione Tuscolana che alla stazione Ostiense.

RomAmoR è a tutti gli effetti una onlus: in altre parole, vige il sacro comandamento della finalità non lucrativa, ma che ovviamente non esclude aiuti che nel caso specifico arrivano dal Banco alimentare della Regione Lazio, dalla comunità di Sant’Egidio, dagli stessi esercenti della città.

Dopo dodici anni il signor Dino resta inarrestabile. Si prodiga per ovviare alle normali e quotidiane difficoltà di questa comunità: va ancora in giro per i mercati di quartiere e i supermercati, dove il cibo viene donato. D’altronde non potrebbe fare diversamente, in quanto l’approvvigionamento dei viveri richiede tempo e un numero di volontari maggiore rispetto alle altre mansioni.

Centinaia di cittadini hanno risposto all’appello. RomAmor cresce, si fa conoscere, ma non smentisce e non oscura Romafaschifo. Entrambe sono due anime che in questo presente convivono perfettamente, due volti che si sovrappongono riflessi nelle acque tremolanti di un fiume un tempo celebrato e oggi bistrattato.

C’era una volta un divano, il mio, posizionato davanti ad un televisore dove si è parlato – per pochi istanti – di Dino, dei suoi amici e di chi tornerà ad essere invisibile, indipendentemente dal fatto che la tv resti spenta o accesa. Gli ultimi continueranno ad essere tali e a vagare per le strade della capitale. Per le vie di quella che un tempo fu caput mundi, ci sono oggi tanti parenti di uomini dimenticati come lo fu Umberto D.

Già, ancora una volta c’è spazio per una storia portata sul grande schermo:  in fin dei conti, Roma finisce sempre per farti venire in mente un gran bel film. Ossia come una storia degna di cominciare con il classico incipit da fiaba.  Poi però all’improvviso la trama s’ingarbuglia e resta sospesa, in perenne bilico tra improbabili soluzioni a un milione di problemi e l’attesa del miracolo che cade dall’alto.

 Nella beata speranza che si compia il finale felice, quello in cui ciascuno recita la cara e vecchia formula: E vissero tutti felici e contenti.

Categorie: confusioni di uno xennial, Real Life

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